Cos’hanno in comune Encanto e Sentimental Value?
La casa è uno dei personaggi principali.
ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler!
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In Encanto, la casita è viva.
Le piastrelle accompagnano i passi, le porte si aprono per accogliere e salutare, la tavola si apparecchia da sola. Tutto il film ruota attorno alla magia di questa casa che lentamente si sta spegnendo. E alla fine è proprio la protagonista a salvarla: custodire la casa significa custodire il dono, la memoria, l’identità familiare.
In Sentimental Value, la casa non è magica. Ma sente.

O almeno così la immagina Nora nel suo tema di scuola: il ventre brontola quando le bambine le corrono dentro, le vetrate diventano gioco, il camino un passaggio segreto per ascoltare ciò che accade nella stanza della terapia. Ci si chiede se preferisca essere piena e pesante o vuota e leggera.
La famiglia Sborg non abita semplicemente la casa: ne è parte. La vive, la modifica, la lascia andare.
La casa è testimone di litigi, rumori, crescita, trasformazioni. È il luogo da cui si scappa, ma in cui inevitabilmente si ritorna.

Eppure, fin dall’inizio, c’è una crepa. La chiamano “sbilenca”.
È viva proprio perché imperfetta.
La lampada Poulsen illumina il tavolo dall’alto, le poltrone Aalto 406 riempono la stanza della terapia, i quadri stratificano colore sulle pareti, il parquet – perfettamente imperfetto – scricchiola sotto i passi.
Il divano ikea, e pure lo sgabello, affiancano pezzi di storia del design internazionale, come la lampada Arco di Castiglioni per Artemide (Italia), o il mobile tv di Usm modular furniture (Svizzera), mentre i giochi delle bambine restano sul tappeto.

È design scandinavo nella sua espressione più autentica: la capacità di dare forma alla vita reale, senza fingere che tutto sia perfetto. Senza nascondere il disordine, ma trasformandolo in scenografia quotidiana.
Poi la casa muore.
O, come mi ha fatto giustamente notare la mia amica Valeria, da organismo vivo diventa mezzo economico.
E lo fa attraverso una ristrutturazione.
È una scena lenta, quasi priva di esseri umani. Le zellige dietro la cucina saltano, i pensili vengono demoliti. La casa smette di parlare di chi la abita e inizia a parlare solo di valore di mercato.
La facciata in legno con dettagli rossi diventa total white.
Il parquet viene sostituito con una spina di pesce impiallacciata, senza imperfezioni, senza suono.
La cucina diventa grigia, impeccabile, costosa.
Le sedie sono perfettamente allineate.
Il design scandinavo lascia spazio alla monocromia – o forse alla monotonia – del contemporaneo standardizzato.
La casa non racconta più una storia.
Non c’è colore. Non c’è traccia. Non c’è vita.
Il film sembra finito.
Ma poi la casa ritorna, viva, dentro un set cinematografico.
I soldi della vendita diventano il mezzo attraverso cui la famiglia può costruire una nuova casa – anche se fittizia – e trovare un punto di incontro.
Perché, in fondo, una casa non è mai solo architettura.

È memoria che prende forma.
Identità che si sedimenta nello spazio.
È un personaggio che evolve insieme a chi la abita.


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